L’Attrice Gabriella Di Luzio: ” Il mio lavoro? Il più affascinante del mondo”

Dalle cantine dell’avanguardia Napoletane a Fellini fino ai giorni nostri. Il Teatro, il Cinema, il Cabaret, la canzone:…tutto ciò che si impara e che si può e deve trasmettere alle nuove generazioni. L’arte di lavorare duro e diventare cosi un attore di valore.

Gabriella di Luzio ci racconta il dietro le quinte del suo lavoro.

Gabriella Di Luzio, attrice e cantante napoletana costantemente in viaggio tra Napoli e la Capitale, ormai sua città adottiva.
Nasce professionalmente a Napoli nelle cantine dell’avanguardia, per poi spaziare in vari generi, dal brillante alla prosa classica, dal cabaret alle commedie plautine, dal cinema al canto.
Base fondamentale della sua professionalità sono state le esperienze iniziali dall’avanguardia (Brecht, Viviani), al musical; alla commedia napoletana; alla sceneggiata napoletana (rimasti famosi i suoi ruoli di “malafemmina” con Pino Mauro, Mario Merola, Beniamino e Rosalia Maggio), al repertorio plautino (con Tato Russo e con Antonio Casagrande).
Tra le sue prestigiose collaborazioni ricordiamo quelle in “La città delle donne” e “Ginger e Fred” di Federico Fellini; “La pelle” di Liliana Cavani; “Un jeans e una maglietta ” con Nino D’Angelo; “Ternosecco” con Giancarlo Giannini; “Gegè Bellavita” di Pasquale Festa Campanile; “Malena” di Giuseppe Tornatore.

Dallo spettacolo “Tua per sempre, Gabriella”, scritto e interpretato da Gabriella Di Luzio, citiamo:

“Con voi ho parlato, riso, un pò anche pianto saltando da Napoli a Roma, in un’altalena di emozioni contrastanti. E’ la vita. La vita è come l’amore. Ogni giorno c’è un addio o un ritrovarsi, un accendersi o uno spegnersi. Ma ogni nuovo amore porta sempre con sé qualcosa di vecchio. Un addio non è un epitaffio: è un modo di dire basta, per poi ricominciare, con altri, forse. Ed io ricomincio da Voi. Grazie a ciascuno di voi. E a ciascuno di voi dico:”Tua per sempre, Gabriella”.

Ricominciare; mettersi sempre in discussione:…Imparare, mettere in pratica ed essere d’insegnamento. Tutto questo è Gabriella Di Luzio.

Cinema, teatro, cabaret. Sei scrittrice e cantante. Tutte esperienze che nascono dalla propria capacità artistica e seguono il proprio istinto e le proprie intuizioni. Sei nata geneticamente con l’arte nel sangue. Ricordi la “Prima assoluta” di ognuna di queste esperienze?

 
Cinema: il mio battesimo avvenne a Roma. Giovanissima, avevo comunque esperienze nell’avanguardia teatrale. Il mio primo film fu con Alberto Lionello ed Edvige Fenech. Avevo una sola battuta da dire e, paralizzata dall’emozione, l’avevo letta e riletta centinaia di volte prima di affrontare il set. Teatro: le mitiche cantine off di via Martucci a Napoli dove, recitando Brecht, cercavo e trovavo progressivamente la mia strada, che sarebbe stata quella del teatro. Cabaret: anche nel cabaret ho avuto il battesimo a Napoli, nel mitico locale di Tommaso, “La taverna degli amici”, dove si sono formati e hanno cominciato la loro carriera tanti nomi importanti dello spettacolo. Anche il canto è partito da lì. Scrittrice: da tanti anni sono giornalista pubblicista. La scrittura è una pulsione irrinunciabile. Il primo libro, “La morte ha bussato alla mia porta. Io mi sono barricata e non ho aperto” l’ho scritto in uno dei momenti più drammatici della mia vita, e nella scrittura ho trovato conforto e catarsi. Dopo quel doloroso viaggio dentro me stessa, all’indomani della pubblicazione del libro mi sono sentita orfana di scrittura, e ho cominciato subito a scrivere il secondo libro.

 
Hai incontrato e lavorato con molti artisti, ognuno con caratteristiche diverse. Quale di essi ti ha dato un ricordo particolare?

 
Tanti artisti, anche di statura internazionale. Ma il ricordo più affettuoso e riconoscente lo rivolgo a un grande attore di cinema e teatro, con cui ho fatto tournée teatrali per anni, Beniamino Maggio della gloriosa dinastia dei Maggio, fratello di Pupella e Rosalia, con cui pure ho lavorato. Ero giovanissima e lui già anziano e con una vita artistica prestigiosa. Prima di entrare in scena me lo spiavo dietro le quinte cercando di rubare la sua grande maestria, la sua ineguagliabile padronanza della scena, il suo modo di catturare il pubblico che, letteralmente in delirio, gli tributava applausi interminabili.

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Ieri ed oggi: esistono ancora i grandi “Fellini”? Naturalmente parliamo di Federico Fellini. Cosa ricordi di lui?

 
Di lui ho ricordi impressi in me a caratteri di fuoco, ma il più bello, e che accarezza anche un po’ la mia vanità, è racchiuso in una frase, riferita a me, che disse a Marcello Mastroianni durante una pausa pranzo in cui tutti e tre ci trovavamo insieme: “Marcello, lei è napoletana, laureata in Filosofia e per giunta attrice di teatro”. Oggi ci sono per fortuna grandi e validi registi, ma Fellini rimane un unicum per tutto quello che lo ha reso tale: fantasia, talento, visione onirica della vita, chiave di lettura particolarissima della vita stessa.

 
“Napoli-Roma: andata e ritorno”: sembra il titolo di un film, ma è la realtà. Cosa ti lega a questi due amori?

 
Come la mitica Josephine Baker, che la cantava indossando l’indimenticabile gonnellino di banane, anch’io potrei cantare: J’ai deux amours. I miei due amori, Napoli e Roma, sono dentro di me, sono la trama e il tessuto della mia persona. Napoli mi ha dato i natali, l’educazione impartitami dai genitori e dalla scuola, e lì ho ricevuto anche l’educazione sentimentale. I primi, adolescenziali amori li ho vissuti all’ombra del Vesuvio: Capri, Positano e la discesa di Marechiaro ne sono stati la naturale scenografia. Roma, quando ho deciso di venire a viverci, mi ha accolto a braccia aperte. Sono subito entrata in sintonia con la Città Eterna, ruffiana e cafonal, caciarona ma ricca di storia, un po’ come me… Qui ho ampliato le mie relazioni lavorative, qui ho concepito ed è nata mia figlia, qui ho scelto di vivere. Anche se Napoli scorre e scorrerà sempre nelle mie vene.

 
Si dice che un attore di teatro può essere anche un buon attore cinematografico, ma non viceversa. Sei d’accordo con questa affermazione?

 
Sì e no. Un attore è un attore, che si esprima sul set cinematografico o in teatro. Certo a teatro non puoi barare, e se non sei un vero attore non puoi confrontarti col pubblico, non puoi creare il personaggio, che è un complesso lavoro di artigianato che porta a grandi risultati se ben eseguito. In questo senso partire dal teatro aiuta, perché il passaggio al set cinematografico viene facilitato dalla lunga e laboriosa gavetta sulle tavole del palcoscenico, dal confronto diretto col pubblico senza filtri. Ma anche il lavoro inverso, se si ha l’umiltà di studiare, imparare a stare sul palcoscenico, a usare bene la voce, a dominare le emozioni, può dare frutti positivi.
Il teatro è la realtà della propria capacità artistica: non lascia spazio alle stelle comete della televisione. E’ cosi dura questa professione?
Fare teatro è il lavoro più affascinante del mondo. Cosa c’è di più bello che essere uno, nessuno e centomila, entrare nelle vite altrui per plasmare personaggi anche molto lontani da sé, scoprire parti di sé rimaste inesplorate ed esprimerle sul palcoscenico? È una ricerca continua di sé stessi, un continuo scoprirsi, un viaggio affascinante fuori e dentro di sé. Certo, esige professionalità e competenza, studio continuo e rigore. Ma in cambio dà tanto!

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Il teatro alle scuole medie! Sei d’accordo dell’importanza del teatro alle scuole inferiori come mezzo di sviluppo del ragazzo?

 
Il teatro ha una grande importanza nella formazione degli adolescenti, indica strade da seguire, invita alla riflessione, a elaborare le opere teatrali e a formarsi uno spessore umano e mentale che sarà un viatico prezioso. Se ti riferisci invece all’importanza di una scuola di teatro per i ragazzi delle medie, la ritengo addirittura indispensabile e non solo nel caso che si voglia intraprendere il mestiere di attore. Il teatro aiuta a trovare sé stessi, a vincere le proprie ancestrali paure, a superare i complessi, a cercare e migliorare l’autostima, a comunicare col mondo.

 
L’immaturità dell’uomo e della sua economia ha portato a investire sull’usa e getta televisivo, accantonando il valore del teatro, investendo sempre meno o nulla su di lui. Come vivi questa crisi economica, sotto il profilo professionale?

 
Non è un momento facile per il teatro e in generale per tutti i lavori non legati alla sopravvivenza. Eppure, la creatività è il mio porto sicuro, al quale approdo anche in questa non facile epoca. Come reagisco? Con coraggio e delle idee valide. Se non c’è il lavoro ce lo si inventa. E così, io con altre due colleghe-amiche, in tutto tre scatenate, coraggiose, indomite e brave (dicono) professioniste, ci siamo scritte una performance teatrale, ce la siamo cucita addosso contaminando tra loro vari generi teatrali dal musical alla farsa, dalla prosa classica al cabaret, dalla sceneggiata napoletana al teatro dell’assurdo, e a gennaio andiamo in scena in Umbria. In seguito saremo vicino Napoli e poi costruiremo il resto del tour. Lo spettacolo, ricco di canzoni e gingle originali, per i suoi contenuti potrà essere rappresentato ad libitum.

 
Lavoro e privato: come cambia il carattere di un regista durante e dopo le riprese di un film?

 
Proprio a proposito di Fellini ricordo che era scherzoso, simpaticissimo e colloquiale fuori del set, per recuperare immediatamente autocontrollo, severità, rigore appena si tornava a girare, esigendo il massimo dagli attori e ripetendo un ciack anche decine di volte, fino a conseguire il risultato voluto.

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Se tu dovessi incontrare te stessa, cosa faresti?

 
Non è da molto che ho preso una più profonda e consapevole coscienza di me e ho incontrato il mio io più profondo. Dopo lo tsunami che ha investito la mia vita circa sei anni fa, sprofondandola in un baratro da cui mi è toccato risalire faticosamente, ho preso per mano la bambina che è in me, che avevo smarrito tanto tempo fa, l’ho accarezzata e ho cominciato a darle l’affetto di cui ha bisogno, rimettendola al centro della sua vita, cosa che, per dolorosi eventi contingenti, era stata trascurata. Continuo, però, a essere esigente con me stessa, e se mi regalo uno zuccherino o una carota, dopo ripristino l’equilibrio col bastone.

Qual’ è la tua musica preferita? E i cantanti?

 
Mi piace la bella musica, che sia una canzone di Renato Zero, una sinfonia di Beethoven, musica jazz e tutta quella musica che riesca a emozionarmi e farmi volare, con la fantasia, con l’anima e coi sensi.
Cosa ricordi di Gabriella bambina? I giochi, gli amici, la vita spensierata o difficile. La famiglia…i tuoi sogni di ragazzina.
Gabriella bambina era ombrosa e aveva il suo dark side già allora. Spesso si estraniava, le piaceva scrivere e comporre. La mia “solarità” sarebbe esplosa solo negli anni dell’adolescenza, senza perdere però quella parte oscura che ancor oggi, quando si esprime, è più nera della notte, ma che finisce inevitabilmente col cedere il posto alla luce che pure è dentro di me, alla mia parte più luminosa ed estroversa. La mia famiglia di origine è tradizionale, borghese, con improvvise, insospettate impennate di creatività in alcuni dei suoi componenti, peraltro inespresse e forse inconsapevoli. Da qualche parte doveva pur provenire il mio temperamento artistico… Da ragazzina mi piaceva molto esprimermi nella recitazione di “storielle” che io stessa scrivevo, anche se il futuro era ancora nebuloso e incerto. Ma col tempo tutto si è chiarito e delineato.

 
Tra tutte le opere teatrali che hai recitato, qual’ è la tua preferita?

 
Non c’è in assoluto un’opera teatrale preferita, perché su tutte ho impresso il mio “soffio” nel costruire il personaggio, plasmandolo con quel poco che ho, facendo un lavoro di équipe di concerto col regista e i colleghi, oltre che coi tecnici. Per questi motivi ogni personaggio, ogni opera teatrale mi è cara, anche quelle in cui interpretavo un personaggio molto lontano da me.

 

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“Tua per sempre Gabriella” è un’opera completamente tua. Com’è nata?
Come diverse mie creature artistiche, anche quella nasce da un momento di dolore. Ho sempre voluto trasformare il dolore e il tormento in creatività e bellezza. Scrissi “Tua per sempre: Gabriella” dopo la fine del mio matrimonio, e in un momento della mia performance dicevo che un giorno, sull’altare, pronunciando il fatidico sì, avevo espresso la volontà di essere “sua per sempre”, ma poi la vita aveva sparigliato le carte, e la bella favola era evaporata. Concludendo che, forse, l’affermazione “Tua per sempre” per un artista è più propria se riferita al suo pubblico.

 
Come trascorri il tuo tempo libero? Le tue vacanze e o lo staccarsi dal lavoro?

 
Da napoletana verace, non riesco a stare a lungo lontana dal mare. Così, appena il tempo e il lavoro lo permettono, mi trasferisco in una casetta che ho nel sud Italia, in una suggestiva località, uno strapiombo sul mare incastonato in un magico scenario di acqua e di monti, dove i suoni sono la risacca che s’infrange sulla scogliera, il sibilo del vento e il garrire delle rondini che in primavera vengono a nidificare. Mare, cibo sublime, e la sera gli incontri con gli amici in piazzetta. Cosa desiderare di più?

 
Nell’osservarti si evidenzia una carica elettrica forte. Un carattere adrenalitico. Un fisico che corre dietro al pensiero veloce, intenso. Ti ritrovi in questa rappresentazione?

 
Abbastanza. Sempre in movimento, con la mente in perenne attività, è una vita che corro. Mi viene in mente una frase di Jack Kerouac: “Dove andiamo? Non so, ma bisogna andare.”

 
Molto professionale nel raccontare le opere che porti a teatro. Hai mai pensato di insegnare teatro?

 
È una richiesta che da qualche tempo mi viene fatta, e forse sì, prima o poi vi approderò. Che senso avrebbe infatti avere accumulato esperienza costruendo mattone su mattone un edificio di conoscenze, se poi non lo si trasmette e non lo si condivide?

 

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Tu hai scritto due libri: “La morte ha bussato alla mia porta” (Graus Editore 2011) e “Rapsodia degli amori perduti” (Galassia Arte 2012).Ci racconti qualcosa di queste opere?

 
Come ho detto, il primo libro coincide col momento più buio della mia esistenza, in cui ho toccato l’abisso del dolore, un cupo pozzo in fondo al quale non s’intravede la luna. Come Einstein sono convinta che “la creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura”, e ho cominciato a scrivere il giorno stesso che una diagnosi di cancro ha devastato la mia vita. La scrittura mi ha accompagnato tutto il tempo degli interventi e delle terapie, e infine ho lanciato un messaggio di positività, prendendo il lettore per mano e cercando di comunicare che da questo male si può anche guarire, non trascurando mai prevenzione e controlli. “Rapsodia degli amori perduti” è invece un romanzo, come amo dire non autobiografico ma biografico, perché dentro c’è la vita. Io, ladra di vite, vi ho trasferito, opportunamente manipolati, brandelli di vite altrui e a tratti anche mia, nel raccontare una donna che, alle soglie dei 50, riavvolge il nastro dei ricordi abbandonandosi all’amarcord, e proprio ricostruendo il mosaico della sua vita, sulla strada di Damasco incontrerà la verità, o almeno la verità, il senso e il significato della sua vita. Da leggere per avventurarsi tra le città più belle del mondo, i vicoli di Napoli, e inaspettati colpi di scena.

 
Hai qualche progetto editoriale per il 2014?

 
Sì! Sono tornata alle storie vere, ma quelle toste, borderline, ai confini del credibile, che sto raccogliendo con grande cura e passione ascoltando sia persone cosiddette “comuni” che cosiddetti “vip”, affondando il bisturi nella loro anima. Ma per me sono tutti persone speciali, che mi stanno aprendo il cuore con grande disponibilità.

 
Ti sei definita “Comunicatrice” e ti hanno apostrofata come “Attrice intelligente”: definizioni che sottolineano entrambe la capacità di decidere autonomamente ed in modo maturo della propria vita. E’ giusta questa interpretazione?

 
Sì, in linea di massima mi rappresenta. Ma quanto dolore, sofferenze, errori commessi e duramente pagati per approdare a un qualcosa che somigli alla maturità… mai definitiva però. II mio percorso non si arresta, e comunque non sono e non sarò mai una saggia nel vero senso della parola, ho sempre qualcosa da imparare, ho abbandonato i vecchi errori ma ne commetto di nuovi, sempre con quell’atteggiamento di infantile stupore di chi vuole conoscere a proprie spese il mondo, pronta a pagare un prezzo se la vita lo richiede.

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